L’Espresso parla di Uccellacci!

Da L’Espresso

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Ciaj Rocchi e Matteo Demonte, già autori di una bellissima graphic novel dal titolo Primavere e autunni edita da BeccoGiallo, tornano a raccontarci una storia. Uccellacci è il loro ultimo documentario, prodotto da Alberto Nigro che verrà proiettato oggi 10 settembre, al Milano Film Festival, presso il Mudec di via Tortona 56. Come nasce e resiste nel tempo una casa editrice vocata a un registro linguistico come quello del graphic journalism? Uccellacci è la biografia artistica di una casa editrice, BeccoGiallo, nata dalla passione e dall’audacia di due giovani visionari: Federico Zaghis e Guido Ostanel. Due audaci editori che in tempi non sospetti e in larghissimo anticipo sui trend di mercato hanno scelto di raccontare attraverso il graphic journalism alcuni dei più importanti fatti di cronaca italiana. La dedizione e la cura verso i loro prodotti editoriali hanno sedimentato negli autori della scuderia un vero e proprio orgoglio di appartenenza, con un senso etico comune molto forte sui temi trattati e sulla qualità artistica messa in campo. In direzione ostinata e contraria a qualunque legge di marketing, che orienta spesso le major editoriali, BeccoGiallo crede ancora nella funzione pedagogica della cultura e della memoria come identità di una comunità.  Ciaj Rocchi, videomaker e autrice BeccoGiallo qui ci racconta come nasce Uccellacci

È un caso che Uccellacci nel titolo ricordi il film di Pier Paolo Pasolini Uccellacci e uccellini?

No hai ragione, io non credo al caso. Il titolo del documentario che ho realizzato insieme a mio marito Matteo Demonte è chiaramente una citazione a Pasolini che secondo noi diventa un buon simbolo per rappresentare quel concetto di memoria tanto caro agli autori di graphic journalism, quello di ricordare per capire.

Anche la nostra protagonista ha bisogno di ricordare, ha perso la memoria, ed è attraverso i libri del catalogo BeccoGiallo che pian piano riesce a ritrovare tutti i tasselli del puzzle che compongono la sua vita. E questo avviene perché, come dice il BeccoGiallo nel documentario – e il BeccoGiallo è un pupazzo parlante che abbiamo costruito e che si interfaccia con la nostra protagonista – la realtà ci circonda e ci scorre a fianco; chissà quante volte siamo stati influenzati o anche solo leggermente sfiorati da fatti che prescindevano la nostra vita contingente: fatti di rilevanza storica, politica, sociale… Sono stimoli che si fissano nella memoria e a quel punto sedimentano dentro di noi pronti ad attivarsi, richiamati da un qualunque tipo di collegamento. Ecco perché raccontando la realtà BeccoGiallo racconta una storia comune, condivide la sua memoria trasformandola in un patrimonio collettivo.

Dagli gli autori intervistati, emerge un forte senso di appartenenza alla scuderia BeccoGiallo, quasi l’orgoglio e la sensazione di essere parte di una missione?

Hai colto nel segno. Parlerei di una vocazione, di un’urgenza personale di documentare nel rispetto della storia e di chi quella storia l’ha vissuta in prima persona. E infatti questa per me, che venivo dal mondo del videomaking e che prima di pubblicare Primavere e Autunni non avevo approfondito particolarmente il fumetto come linguaggio, è stata una scoperta. Scoprire che c’erano decine e decine d’autori in Italia che avevano fatto del fumetto di realtà uno strumento di impegno civile, di militanza, è stata una cosa che umanamente mi ha fatto crescere, anche perché di graphic journalism non ci si campa. E quindi diveniva importante per me raccogliere il maggior numero di testimonianze possibili, perché fosse proprio attraverso la viva voce di questi autori, con i loro volti e con il loro personalissimo percorso, che potessimo fare il punto sugli ultimi 10  anni di graphic journalism in Italia. Volevo che fosse un racconto corale perché era l’unico modo per far emergere quel senso di appartenenza a una comunità che parla lo stesso linguaggio, che si rifà agli stessi simboli e quindi, in un mondo che tende sempre più all’individualismo, ci aiuta a  sentirci meno soli.

BeccoGiallo “non è solo una casa editrice è anche un’azienda” sostiene Guido Ostanel fondatore e direttore editoriale della casa editrice. In Uccellacci però non manca una certa ironia verso i colossi dell’editoria che concepiscono il prodotto editoriale principalmente come un prodotto di marketing…

In realtà Guido Ostanel nel documentario dice che secondo lui BeccoGiallo non è una casa editrice convenzionale. Dice che tecnicamente non ci sono molti dubbi, sono un’azienda, ma che quando quotidianamente fa il suo lavoro, ha più l’impressione di far parte di una banda, di una squadra fatta di autori, insegnanti, lettori, bambini, librai… Parla anche lui di una comunità disseminata sul territorio, dall’ultimo lembo di Sicilia alle Alpi.

Per quanto riguarda l’ironia che usiamo verso i colossi dell’editoria, in realtà forse direi che è più ironia che mi sento di fare io in qualità di autrice ai miei editori. Quel pezzo l’ho scritto proprio pensando di pungerli sul vivo, per fargli capire che alla fine non basta pubblicare il libro più bello o più giusto del mondo, ma poi bisogna che la gente lo sappia, e quindi bisognerebbe fare un ulteriore investimento perché molti di questi autori sono autori emergenti e non ce la fanno a camminare con le proprie gambe. E allora va bene essere puri e non rientrare negli ingranaggi della grande macchina dell’editoria, ma è giusto anche che questi argomenti vengano portati al grande pubblico, quello anche più mainstream. È per questo che abbiamo scelto il Milano Film Festival come palcoscenico per la nostra anteprima, per far sì che il pubblico fosse più ampio e anche più mondano, mentre di solito di queste cose si parla solo all’interno dei circuititi del fumetto o della militanza politica dove per ovvie ragioni trovano maggiore risonanza.

La “nicchia editoriale” è un pregio o un limite al giorno d’oggi? Cioè, come si fa a raggiungere un pubblico di lettori più ampio in questa sorta di evangelizzazione culturale senza perdere la propria identità?

Si fa che non ci sono compromessi da fare, perché è il mondo che sta cambiando. Parole come coscienza comune e impegno civile sono ormai entrate nel nostro lessico, è un modo di vivere più sostenibile quello in cui ci dobbiamo proiettare nell’immediato futuro se vogliamo sopravvivere, e non lo dico io, lo dicono tutti oramai. Ti faccio un esempio, io sono vegetariana dalla nascita, sono nata nel 1976 e allora nessuno era vegetariano; il pediatra disse a mia madre che era una pazza e che io non avrei passato l’anno di vita. Eravamo una nicchia. Oggi a distanza di 40 anni, tutti maggiori supermercati nazionali hanno una sezione dedicata a chi non mangia prodotti di origine animale.

Sono i contenuti la cosa importante, non le definizioni. È  il pubblico che deve scegliere cosa vuole, e se oggi nelle grandi catene di librerie nazionali si trovano anche fumetti e graphic novel di impegno civile, beh questo lo dobbiamo principalmente a BeccoGiallo, unico editore ad avere un taglio così specifico.

E comunque fa parte del mainstream inglobare la nicchia. Anche BeccoGiallo ha pescato nei circuiti underground portando sullo scaffale di varia autori che prima appartenevano al mondo delle autoproduzioni, per cui in realtà è un gioco di specchi in cui per fortuna le nicchie continuano a nascere e a rigenerarsi, come in un pozzo dell’eterna giovinezza.

“Leggere può provocare indignazione” è uno slogan bello e forte, quali sono i punti forza del vostro graphic journalism?

Più che il valore del nostro graphic journalism è il valore del graphic journalism in generale che diventa anche uno strumento pedagogico. Applica il linguaggio del fumetto alla realtà provocando degli effetti. Lo spiega bene Alessia di Giovanni nel documentario quando dice che BeccoGiallo le ha dato la possibilità di trattare temi di cui nessuno di solito vuole sentir parlare, in particolare si riferisce alla violenza sulle donne. Lo chiarisce Marco Rizzo quando dice che BeccoGiallo gli ha dato la possibilità di lavorare su storie che non hanno ancora raggiunto una verità processuale, come il caso di Ilaria Alpi o di Mauro Rostagno, o che necessitano comunque continuamente di essere ricordate come quella di Peppino Impastato. Il grande vantaggio della graphic novel è di raccontare in modo semplice temi complessi, il punto di forza del graphic journalism sono i suoi contenuti.

Uccellacci! 10 anni di BecchiGialli

espresso

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