L’IMPEGNO CIVILE POTREBBE DIVENTARE MODA!

Sergio Rotino intervista Ciaj Rocchi a proposito di Uccellacci su Bologna Cult

L’IMPEGNO CIVILE POTREBBE DIVENTARE MODA!
A Kinodromo i dieci anni di Becco Giallo all’insegna di impegno civile e graphic jourmalism

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La decima edizione di BilBOlBUl, Festival internazionale del fumetto curato da Hamelin associazione culturale, è oramai dietro l’angolo. Ma molte iniziative sono già partite o stanno partendo. Una degna di estremo interesse riguarda un compleanno, festeggiato all’interno di un altro compleanno. Infatti non è solo BilBOlBul a compiere dieci anni. Stesso traguardo lo festeggia Becco Giallo, realtà tutta italiana che produce in modo continuativo fumetti di narrativa sociale e graphic jourmalism. Per festeggiare l’anniversario oggi, 22 novembre, Kinodromo ha realizzato una serata con Studio Ram in cui alle 21.15 presso il Cinema Europa (via Pietralata 55) viene proiettato “Uccellacci! 10 anni di Becchi Gialli”, documentario firmato da Ciaj Rocchi e Matteo Demonte. I due registi saranno presenti alle 19 negli spazi del Loft (via San Rocco 16) per la tavola rotonda sulle condizioni del graphic jourmalism in Italia. Con loro dialogheranno Michele Barbolini e Pietro Scarnera, fra i fondatori di Graphic-news, primo portale nativo digitale di informazione a fumetti.

Nata nel 2005 a Oderzo in provincia di Treviso, Becco Giallo è riuscita in dieci anni, unica realtà a livello internazionale, a portare avanti un discorso coerente e continuo sul fumetto come strumento per raccontare storie che tengano viva la memoria dei lettori, a stimolare il desiderio di verità. Sono oramai oltre cento i titoli che ne compongono il catalogo, sostenuti da autori, disegnatori, editori, librai e lettori stretti attorno all’idea di quanto sia di vitale importanza di comunicare la società, quindi la realtà.

È quanto racconta in poco più di un’ora “Uccellacci!”, titolo con esplicito riferimento al pasoliniano “Uccellacci e uccellini”. Una testimonianza appassionata del lavoro di Becco Giallo, compresa la sua evoluzione. “È attraverso la memoria che definiamo la nostra identità” afferma Ciaj Rocchi. “Come diceva appunto Pasolini, ‘Non è vero che il passato si ripete se non si ricorda; è vero che il passato si ripete se non si capisce’. Forse è proprio questo lo spirito che anima Becco Giallo, quello di chi vuole raccontare una storia con onestà intellettuale, stando sempre attento a rispettare sia la storia sia i protagonisti coinvolti.

Al di là del successo commerciale?

Ciaj Rocchi: “Non si fanno questo tipo di fumetti né per guadagnare soldi né per diventare famosi, ma perché il giornalismo a fumetti è una questione morale, una vocazione che nasce ancor prima dall’autore che dall’editore e lascia poco spazio per l’arte fine a se stessa. L’idea è di provare a costruire tutti insieme un immaginario collettivo fatto di eroi veri, non solo di supereroi, cowboy, vampiri; un giornalismo a fumetti d’inchiesta, che tratta la cronaca, le stragi, le biografie di personaggi storici. In qualche modo il fumetto qui perde le sue caratteristiche d’intrattenimento e si occupa di raccontare solo la realtà”.

Vi siete avvicinati alla realtà produttiva di Becco Giallo pubblicando il graphic novel “Primavere e autunni” nel 2015?

“Abbiamo conosciuto gli editori di Becco Giallo proprio facendo il libro, mentre abbiamo avuto modo di conoscere gli altri autori girando questo documentario. È un po’ una nostra prerogativa, quella di conoscere la realtà attraverso la lente di una telecamera. L’avevamo già fatto in passato e credo che continueremo a farlo”.

Quindi il vostro graphic novel è stata una incursione?

“Diciamo che quello del video è il nostro linguaggio d’elezione perché è immediato, nella fruizione come nella realizzazione”.

Anche il fumetto però si esprime attraverso immagini sequenziali.

“Certamente, ma disegnare un libro a fumetti è un processo molto lungo, che non lascia spazio a soddisfazioni immediate; il video invece restituisce subito l’emozione catturata”.

Tornando a “Uccellacci!”. L’impressione è che racconti, attraverso le testimonianze, il perché della casa editrice.

“Il nostro intento era quello di documentare una realtà in trasformazione. Ci stavamo rendendo conto che, dopo dieci anni, la linea editoriale e anche la veste grafica di Becco Giallo stavano cambiando. Soprattutto ci piaceva molto l’idea di dare voce a una realtà multipla, fatta di tante voci sparse sul territorio, quindi in grado di restituire un’immagine fedele di quella che è la situazione del graphic journalism in Italia”.

Una realtà portata avanti oltretutto in un momento economico non semplice.

“Secondo noi il come Becco Giallo abbia fatto a resistere alla crisi che negli ultimi anni ha attraversato il Paese, dipende dal fatto che non sono mai scesi a compromessi, a costo di restare una realtà piccola. Questo alla lunga li ha premiati. Il loro pubblico si è fidelizzato apprezzandone i contenuti più che la forma”.

Organizzando i materiali per “Uccellacci!”, avete trovato motivi sul perché il graphic journalism si sia così radicato nell’esperienza editoriale di Becco Giallo, mentre altre case editrici (di fumetto o con collane di fumetto) non riescono a produrre con continuità in questa direzione?

“Il mondo del mercato fumettistico italiano è stato fino ad oggi un contesto chiuso, autoreferenziale. Marco Rizzo in apertura del documentario afferma che “il fumetto è un linguaggio e come ogni linguaggio può essere utilizzato per raccontare qualunque cosa” È proprio così. Allora come mai l’industria del fumetto italiano produce soprattutto albi di genere, fiction, intrattenimento seriale o ripubblica grandi successi stranieri? Matteo Fenoglio in “Uccellacci!” fa notare come sia il punto di partenza a essere differente. Il grande coraggio di Becco Giallo è stato quello di investire molto in autori giovani, che arrivavano dal mondo delle autoproduzioni, che ha sempre fatto parte di quella sottocultura underground connotata dall’impegno civile. L’altro punto è stato quello di incentrare la sua attività sul fumetto di realtà. Sembrerà un paradosso, ma anche la produzione fumettistica mainstream contemporanea attinge dal fumetto underground e indipendente, o almeno da ciò che ne resta. La verità è che il mondo delle autoproduzioni ha contribuito alla formazione dell’immaginario collettivo contemporaneo e le sue suggestioni e innovazioni creative sono state abilmente incanalate dagli strateghi del marketing e della comunicazione in una varietà di prodotti editoriali diversi. Ne è un esempio il grande successo di Zerocalcare. Ma non basta inserire in catalogo grandi nomi del mondo dell’underground per fare fumetti d’impegno civile; la sfida di Becco Giallo è quella di restituire capacità educative al fumetto, portarlo fuori dalla nicchia”.

Il documentario è diviso, grosso modo, in tre parti: la prima racconta le motivazioni di autori ed editori, l’ultima il futuro in formazione della casa editrice. La seconda è però quella che colpisce perché inusuale. Lì il pupazzo di un corvo dialoga con una regista teatrale, impersonata da Enrica Chiurazzi, sul cosa è il raccontare la realtà della Storia e mantenere una integrità rispetto all’industria culturale. Qui sta il cuore di “Uccellacci!”?

“Ci preme puntualizzare una cosa che spesso passa inosservata del documentario. “Uccellacci!” si apre con le immagini della May Day Parade del 2016, la manifestazione che è sempre stata simbolo dei precari e della loro lotta. Non abbiamo scelto queste immagini a caso. Il lavoro dei giovani fumettisti, come quello dei giovani artisti, è spesso precario, intermittente, flessibile. La protagonista è una giovane attrice, simbolo di tutto ciò. Dietro a Enrica quindi ci siamo noi, artisti sottopagati e senza alcuna garanzia. Dietro l’altro personaggio che compare – il manager di un grande gruppo editoriale – ci siamo ancora noi, con i nostri dubbi, le nostre critiche, le nostre esigenze di autori in un mondo che difficilmente restituisce merito alla grande fatica fatta. Per questo “Uccellacci!” non è solo una biografia editoriale o la celebrazione di una eccellenza italiana, ma è il frutto delle riflessioni critiche che ci siamo sentiti di mettere in campo di fronte a un progetto del genere. Che ha un potenziale enorme. Ma per la necessità di mantenere integra la propria identità, quindi senza mettersi in vendita, non è riuscito a crescere quanto avrebbe potuto. Ora però le cose stanno cambiando così rapidamente che anche l’impegno civile potrebbe diventare una moda!”

Perché avete deciso di “far parlare” la casa editrice anche attraverso un pupazzo e un universo finzionale?

“Siamo cresciuti durante la grande rivoluzione culturale che ha avuto luogo in Italia tra gli anni Ottanta e Novanta. La televisione è stato il nostro maggiore agente educativo e tra tutte le trashate con cui ci hanno nutrito, dal profondo è riemerso anche il corvo Rockefeller con il suo ventriloquo Moreno. Attenzione però, il simbolo di Becco Giallo è un merlo, ce lo dice il colore del becco; se fosse stato un corvo avrebbe avuto il becco nero e come uccellaccio sarebbe stato del malaugurio. Ma è stato solo un’espediente scenico, dietro la ventriloquia c’è una scelta più profonda. Era una pratica infatti collegata alla maieutica: parlare con la pancia, sentire le cose con la pancia. Era anche una tipica accusa che gli inquisitori affibbiavano alle cosiddette streghe, che non solo sentivano le voci, ma emettevano delle voci. Per cui non è dato capire se sia Enrica a dar voce al pupazzo o se invece è solo la voce della sua coscienza, che si trasforma in cinema. Civile, appunto”.

Se vuoi saperne di più puoi ascoltare Massimiliano Colletti che intervista  Matteo Demonte ospite della trasmissione Piper per Radio Città del Capo di Bologna  Ascolta qui

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